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Le chiavi della conoscenza

Qual è il trucco, il modo migliore, quale metodo consigli per studiare?

Questa domanda me la sento rivolgere, durante i corsi, decine di volte. Soprattutto in quelli avanzati, come il nostro Diploma, dove non basta uno studio mnemonico, ma è fondamentale comprendere concetti complessi.

E, devo confessare, che ogni volta do una risposta un po’ diversa. A volte suggerisco di fare mappe mentali, altre volte di distribuire lo studio nel tempo, altre ancora di ripassare un concetto prima di dormire e appena svegli la mattina dopo.

Con il semestre ormai avviato, mi sono fermata a riflettere su quale sia il consiglio migliore da dare ai nuovi studenti, e mi sono resa conto che in realtà la conoscenza, prima di essere qualcosa che noi ci guadagniamo, è data.

Non intendo solo dal punto di vista psicologico (o capisci o non capisci un concetto, non ci sono vie di mezzo), ma soprattutto da quello islamico.

Un primo indizio è quello linguistico: nel Corano, in sūra al-Mujādila, Allah nomina “quelli a cui è stata data conoscenza” (وَٱلَّذِينَ أُوتُوا۟ ٱلْعِلْمَ). Questa forma al passivo, di una conoscenza che è data e non guadagnata, è specchio del concetto di fede, in sūra al-An’am: “Allah apre il cuore all’IsIàm a coloro che vuole guidare” (فَمَن يُرِدِ ٱللَّهُ أَن يَهْدِيَهُۥ يَشْرَحْ صَدْرَهُۥ لِلْإِسْلَـٰمِ ۖ).

L’atteggiamento da mantenere, di fronte alla conoscenza – soprattutto quella Islamica – è quindi un umile cercare (come la parola araba per descrivere lo studente – ṭālib al ʿilm – suggerisce vividamente).

Un umile cercare che si mantiene comunque attivo, forte, che lavora su sé stesso per essere nella miglior condizione per ottenere la conoscenza cercata.

Una delle differenze culturali fondamentali tra pensiero occidentale moderno e pensiero antico è l’idea che si possa ottenere una conoscenza solo “teorica” senza nessuno sforzo etico o morale. È la tesi del bellissimo saggio di Pierre Hadot, Che cos’è la filosofia antica?

Il pensiero è, per Hadot, prima di tutto esercizio spirituale. Senza avere fatto un lavoro su se stessi, senza un’ascesi – intesa etimologicamente – alla conoscenza non ci si può nemmeno avvicinare.

Così è, nell’Islam.

La risposta che cercherò di dare, la prossima volta che mi verrà chiesto quale è il segreto dello studio, è di coltivare in sé stessi un atteggiamento di domanda – quello che Heidegger avrebbe definito “la pietà del pensiero” – e di ascendere, in azioni e in pensieri, affinché la conoscenza, se Allah vuole, possa essere donata.

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