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11 Settembre: la fine (circolare) della Storia

C’è qualcosa di profondamente inquietante nella ripetizione della storia. Chi vive eventi epocali – per loro natura quasi sempre traumatici, violenti, terribili – ha in comune la speranza di poter vedere la loro soluzione. Al centro della aspettativa occidentale, della concezione stessa di Storia che l’Occidente ha, è l’ipotesi di un progresso.

L’11 Settembre 2001 ha avuto conseguenze culturali tanto terribili quanto quelle militari. Le vite distrutte in America e in Afghanistan si sono riflesse in segregazione, intolleranza, conflitto politico e culturale qui, a casa nostra.

La reazione immediata all’11 Settembre, all’inizio delle operazioni militari americane in Afghanistan è stata una dichiarazione: la storia è finita. Sradicando, sconfiggendo l’estremismo specifico che si era stabilito in Afghanistan, non ce ne sarebbero stati altri. Non è un caso se, post 11 settembre, sono andate a ruba le copie di “La fine della Storia“, libro che era a fare polvere sugli scaffali delle librerie dal 1992.

Teoria impossibile da sostenere oggi, in un 11 settembre 2021 che ha visto la fine delle operazioni militari occidentali in Afghanistan e l’immediata ripresa del potere dei talebani. Difficile non pensare a Marx: “La storia si ripete la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”.

La ripetizione è un’altra delle fobie dell’Occidente, come identificazione ultima del trauma, come coazione a ripetere freudiana.

È però difficile immaginare un Afghanistan in farsa, d’altro canto le previsioni di Marx si sono rivelate tutto fuorché accurate, ma credo sia difficile per ciascuno di noi – per me lo è certamente – non vedere l’11 settembre 2021 come ripetizione tragica dell’11 settembre 2001.

I musulmani, però, non conosco la tragedia.

Lo diceva sogghignando Umberto Eco quando qualcuno gli parlava di cultura islamica, istruito forse dallo stesso Borges, suo punto di riferimento intellettuale, che in un suo racconto immagina un Averroè confuso, incapace di trovare una traduzione araba della parola “tragedia”.

I musulmani non conoscono la tragedia non per un accidente linguistico, ma per una precisa direzione teologica.

Ogni ripetizione, nell’Islam, è un insegnamento. È un suggerimento – un indirizzo divino – che dice a chi crede: guarda meglio, prendi un’altra strada. Il ricordo di Dio fatto dal credente va ripetuto, e ogni volta che una spina graffia il musulmano lui – nella sua ripetizione di dolore sempre uguale – si lascia indietro i peccati.

Tornando all’attualità, alcuni degli errori compiuti dai musulmani negli ultimi vent’anni sono evidenti. Il peggiore, certamente, per chi si è rifugiato in ideologie violente, estranee all’identità comunitaria della Ahl ul-Sunna aa’l Jama’a, è stato far prevalere l’impulso di distruzione violenta.

Ma c’è un altro errore – quello che con IISA vogliamo “cambiare con le nostre stesse mani”, come dice l’hadith – ed è stato culturale.

Vent’anni dopo quell’11 settembre i giornali parlano di “cultura islamica intrinsecamente violenta”

Vent’anni dopo nelle televisioni si parla del “rischio estremismo”

Questo vuol dire che la cultura italiana, nei confronti dell’Islam, non è cambiata di una virgola negli ultimi vent’anni.

Ecco perché è fondamentale che i musulmani di cultura italiana si impegnino nel mondo culturale, per ottenere un doppio effetto nella società in cui viviamo:

  • Chi fa cultura ed è in buona fede avrà le idee più chiare e sosterrà posizioni meno islamofobe
  • Chi la assorbe da televisioni, libri e giornali, se avrà incontrato un produttore culturale musulmano, quindi un musulmano che non si accontenta di essere praticante, ma che vuole aumentare la consapevolezza propria e di chiunque attorno a lui, non crederà alle informazioni errate che leggerà.

Se vuoi sapere come IISA cerca di portare avanti questo lavoro culturale e se magari vuoi diventarne parte, iscriviti alla nostra newsletter!

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