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Islamofobia e salute mentale

La salute mentale, che all’interno della comunità musulmana poteva sembrare una questione secondaria fino a ieri, rilevante forse solo per qualche signora depressa o per qualche ragazza con disturbi dell’alimentazione, è diventata da oggi una questione di vita o di morte.

È infatti ragionevole supporre che, se non avesse sofferto di una malattia mentale, Younus El Boussetaoui non si sarebbe certo trovato nelle condizioni che hanno portato al suo assassinio, a Voghera, pochi giorni fa.

Il problema dell’intersezionalità è il protagonista, anche se totalmente assente dal dibattito su quanto è accaduto. È proprio nella sovrapposizione di diverse identità di Younus, tutte vulnerabili, che rivela la profondità della discriminazione. Immigrazione, irregolarità, malattia mentale, stato socioeconomico.

Già nelle parole utilizzate dai media per parlare del caso è lampante come ogni debolezza di Younus sia stata aggiunta alla precedente, anzi moltiplicata, per dare luogo all’alienazione totale, a un processo di emarginazione verbale. 

Quelli che sappiamo essere “i deboli” diventano, quando si aggiungono al quadro un’irregolarità del permesso di soggiorno “disturbatori seriali”.

L’immagine quasi romantica del clochard, la sensibilità per la malattia mentale, tutto viene annullato riducendo Younus a “un marocchino”.

Una questione sempre più dolorosa quando si aggiungono altri elementi ancora, come l’uso di alcolici o di sostanze stupefacenti, azioni che chi soffre di una patologia mentale compie con per il più comprensibile dei motivi, quello di automedicazione. Cercare di soffrire di meno, un diritto al quale noi non siamo stati in grado di adempiere.

La famiglia, che ha avuto il coraggio di parlare, nello shock degli eventi, è inequivocabile: “Mio fratello non era un senza tetto ma si era ammalato mentalmente” – scrive il fratello Amin El Boussetaoui – riportando delle numerose fughe di Younus ogni volta che veniva riportato a casa.

La sorella riporta i passi che sono stati fatti per cercare di aiutare Younus, come chiamare i carabinieri, avviare un TSO, ma senza mai riuscire a trovare una soluzione duratura.

È il dramma delle famiglie dei malati mentali gravi. Già dall’introduzione della legge 180, con la chiusura dei manicomi, non è stato semplice trovare istituzioni sostitutive. 

Ed è a stucchevolmente ideologica la visione trionfalista di un malato mentale “liberato” a cui è stata “restituita dignità”.

La realtà dei fatti è che le differenze di strato socioeconomico si riflettono nelle differenze di accesso ai trattamenti, e si trova nei dati una correlazione innegabile tra povertà e disturbo mentale.

Un circolo vizioso, dalle meccaniche complesse, che solo l’anno scorso un articolo su Science ammetteva essere complicate, suggerendo che le prime soluzioni all’emergenza di salute mentale devono essere economiche.

La questione dell’origine di Younus e della sua malattia non sono quindi slegate. Negli ultimi mesi anche in accademia si parla del legame tra islamofobia e salute mentale.

La relazione più diretta è quella di causa-effetto. Nel manuale Islamophobia and Psychiatry, Sara Ali e Rania Awaad scrivono:

 “con la crescita recente dell’islamofobia e dei sentimenti anti-musulmani, le comunità di musulmani americane sperimentano sempre un maggiore stress, che ha effetti negativi sulla loro salute mentale. Questa sfida è ulteriormente aggravata da molte barriere nel cercare aiuto, nello stigma che riuguarda la salute mentale, nella mancanza di servizi di salute mentale che siano culturalmente e religiosamente adatti, e nella paura di discriminazione da parte dei profesisonisti”

Di certo, criticità che non sono limitate alle comunità di musulmani americani, ma che sono totalmente applicabili alle difficoltà dei musulmani italiani.

Cosa fare, quindi?

Oltre, ovviamente, alla pretesa di giustizia, è necessario fare della salute mentale della comunità musulmana una priorità assoluta, attraverso alcuni passi:

  • Coltivare consapevolezza della salute mentale nella comunità musulmana, specialmente all’interno degli ambienti famigliari,  
  • Diffondere la conoscenza dei disturbi mentali i musulmani che sono in posizioni di cura pastorale, che dirigono associazioni o moschee,
  • Formare psicologi, psichiatri, counsellor e figure in grado di fornire servizi di salute mentale adatti alle peculiarità del paziente musulmano.

Se si ignora la necessità di lavorare sulla salute mentale delle comunità musulmana, si rischia che il “circolo vizioso” non termini, e che le altre iniziative dedicate a migliorare aspetti pur fondamentali come lo status socioeconomico e la rappresentatività politica finiscano per fallire. 

L’Istituto Islamico di Studi Avanzati vuole migliorare la situazione dei musulmani italiani attraverso la riscoperta del pensiero islamico – da quello teologico fino a quello psicologico.

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