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Il velo e la neutralità che non esiste

Presentarsi in maniera neutrale è la priorità assoluta.

Ecco la ragione per cui, dicono i giudici di Lussemburgo, un datore di lavoro può legittimamente vietare ai propri dipendenti di indossare il hijab.

Non soltanto di hijab si parla – ci si affretta a giustificare – ma di qualunque simbolo politico, filosofico, religioso, a causa del quale il lavoratore non si presenti “in maniera neutrale”.

Il problema è che l’uomo neutrale non esiste.

Il riferimento alla politica è particolarmente ridicolo. Chissà, infatti, quanto si può estendere questo divieto. Del resto, nella moda – insegna Roland Barthes – tutto è significato, denudarsi e coprirsi in maniera uguale.

Così i mocassini sono un po’ di destra, i pantaloni di velluto sono tanto più di sinistra quanto sono larghe le coste e i simpatizzanti del nuovo populismo si radunano attorno alla felpa.

Questo non è un esercizio di assurdità, ma un dato di fatto notissimo a chi si occupa di estetica. “Quarant’anni fa chi portava l’eskimo e i jeans era di sinistra, chi aveva la giacca di pelle e gli occhiali da sole di destra” scrive Micol Sarfatti in un approfondimento sul legame tra moda e politica per il Corriere. Proprio dell’anno scorso è il saggio Moda e politica che mostra chiaramente che da Luigi XIV fino ai pantaloni della Merkel nulla è lasciato al caso.

Tornando alla questione islamica, quella di cui si parla davvero dietro alle varie foglie di fico, il legame tra velo, luogo di lavoro e ideologia mi tocca da vicino.

È parte della mia storia e, in breve, il motivo principale per cui esiste IISA. La prima volta che ho messo piede in Università non più da studente ma da relatrice, per parlare a una conferenza, uno degli altri relatori presenti mi disse, chiaro e tondo, che il velo per me sarebbe stato un grosso ostacolo. Innumerevoli altre volte mi sono state fatte osservazioni del tipo “davvero ti fanno insegnare con il velo?”.

Quello che è veramente assurdo è che io mi occupo di studi islamici nella vita. Insegno cultura araba e civiltà islamica in Università, scrivo saggi sull’argomento. Conoscere quello che insegno “dall’interno” dovrebbe essere visto come un vantaggio, una marcia in più. Invece in Europa – ma fidatevi, ancora di più in Italia – si crede ancora che chi osserva dal di fuori lo sappia fare meglio e in maniera professionale.

È un retaggio colonialista, positivista, in breve quanto peggio ci tiriamo dietro dal ventesimo secolo.

Dalla reazione a questa assurdità sono nate molte iniziative nell’ambito del giornalismo, dell’arte, dei social media. E così è nato anche IISA, cercando di risolvere il problema quanto più possibile dalla radice, anziché nelle sue manifestazioni.

Perché è solo capendo il pensiero islamico alla luce della cultura contemporanea che i musulmani possono individuare le loro priorità. Ad esempio, per chi lavora in ambito filosofico o giuridico, intavolare una critica serrata al concetto di neutralità, a quello di laicità, pensare a modelli alternativi. O, per chi si occupa di moda, partire dall’idea che l’abbigliamento non può essere neutralità e costruire consapevolezza in chi fa lavoro di immagine. Per uscire dalla cultura della protesta ed entrare nella cultura del pensiero islamico vivo.

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Responses

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  1. Jazaki Allah khairan sorella. secondo me, è un’altro giochino della massoneria e la sua continua guerra che impiega di tutto per limitare l’islam e i musulmani…. Il problema che i musulmani è le associazioni islamiche stanno ziti. “Se uno non combatte per i propri diritti nessuno lo fa per lui, ainsi nel nostro caso noi musulmani tutti sono contro noi”